Il movimento “Donna, Vita, Libertà” non nasce come una reazione istintiva né come l’eco di un’emozione collettiva destinata a spegnersi rapidamente. È piuttosto il risultato di un lungo processo storico e culturale, maturato all’interno di società che per decenni hanno conosciuto repressione, esclusione e violenza strutturale. Il suo punto di origine va cercato in Kurdistan, dove la morte di Jina (Mahsa) Amini, nel settembre 2022, ha assunto fin da subito un significato che andava ben oltre la tragedia individuale.
Quel decesso, avvenuto mentre Jina era sotto custodia della cosiddetta polizia morale iraniana, è stato letto da ampi settori della società come la manifestazione di un sistema che esercita il controllo sui corpi delle donne e, più in generale, sulle minoranze. Il ritorno della sua salma in Kurdistan e la sepoltura, il 26 settembre 2022, hanno segnato un passaggio decisivo: da lutto privato a atto politico collettivo.
In quei giorni, uno slogan nato in una regione da sempre marginalizzata ha iniziato a circolare ben oltre i suoi confini. “Donna, Vita, Libertà” è diventato il lessico condiviso di una protesta che, nel giro di poche settimane, ha attraversato l’intero Paese. Non si trattava semplicemente di parole scandite in piazza, ma di una visione alternativa della società, nella quale la donna non occupa una posizione subordinata, bensì centrale.
Tra ottobre e novembre 2022, le manifestazioni si sono estese rapidamente: da Sanandaj e altre città del Kurdistan fino a Teheran, Mashhad, Isfahan, Shiraz, Tabriz, Ahvaz. La partecipazione di donne, studenti e giovanissimi ha conferito al movimento un carattere nuovo, distante dai modelli tradizionali della protesta politica iraniana. La risposta delle autorità, tuttavia, è stata immediata e brutale: centinaia di morti, migliaia di arresti, processi sommari e condanne severe.
Eppure, nemmeno questa repressione ha impedito al messaggio di oltrepassare i confini nazionali. A partire dall’autunno del 2022, “Donna, Vita, Libertà” ha iniziato a risuonare anche fuori dall’Iran: nelle piazze di Berlino, Parigi, Londra, Stoccolma, Toronto, New York. Le grandi manifestazioni di solidarietà organizzate tra ottobre e novembre dello stesso anno hanno riportato la questione iraniana e in particolare quella dei diritti delle donne ,al centro del dibattito pubblico internazionale.
Non è un caso che, tra la fine del 2022 e l’inizio del 2023, il Parlamento europeo abbia adottato diverse risoluzioni che denunciavano esplicitamente la repressione delle proteste e la violazione sistematica dei diritti umani in Iran. Senza la pressione dell’opinione pubblica e senza la forza simbolica di questo slogan, difficilmente tali prese di posizione sarebbero state possibili.
Nel frattempo, il nome Jina ha smesso di indicare una sola persona. È diventato un simbolo condiviso, un riferimento per chiunque lotti contro la discriminazione di genere, l’autoritarismo e la violenza istituzionalizzata. Il movimento ha dimostrato come un’esperienza radicata in un contesto locale possa trasformarsi in un linguaggio universale, capace di parlare a società molto diverse tra loro.
Proprio quando questo discorso sembrava aver raggiunto una certa maturità, sono però emersi segnali preoccupanti. A partire dalla metà del 2023, alcuni settori dell’opposizione iraniana all’estero , in particolare quelli legati all’area monarchica hanno tentato di ricondurre il movimento entro schemi personalistici e verticali, svuotandolo progressivamente del suo carattere emancipatorio.
In questo contesto si colloca anche la scelta, da parte di figure come Reza Pahlavi, di rimuovere lo slogan “Donna, Vita, Libertà” dalla propria comunicazione sui social media. Una decisione che, nel corso del 2023 e in momenti politicamente delicati, ha suscitato forti critiche. Per molti osservatori, non si è trattato di una semplice strategia comunicativa, ma del segnale di una distanza profonda da un movimento che rivendica legittimità dal basso, e non attorno a un singolo leader.
Parallelamente, sono aumentate le testimonianze di atteggiamenti intimidatori e aggressivi nei confronti di voci critiche durante manifestazioni e iniziative organizzate all’estero. Episodi verificatisi soprattutto tra il 2023 e il 2024, anche in Paesi europei democratici, che hanno sollevato interrogativi seri sulla natura di questa opposizione e sulla sua reale adesione ai valori democratici.
A questo punto, la domanda diventa inevitabile: cancellare uno slogan e marginalizzare un discorso non significa forse riprodurre le stesse logiche autoritarie contro cui la società iraniana si ribella da anni? È sufficiente sostituire un simbolo di potere con un altro ,il turbante con la corona per parlare di libertà?
Fin dall’inizio, “Donna, Vita, Libertà” è stato un movimento plurale e inclusivo. Curdi, persiani, arabi, baluci, turchi, azeri, gilaki e molte altre comunità hanno partecipato fianco a fianco. Ignorare questa pluralità e imporre una narrazione unica non solo tradisce lo spirito del movimento, ma rischia di generare nuove fratture sociali.
Gli eventi tra il 2022 e il 2024 mostrano con chiarezza che questo discorso non può essere né censurato né appropriato. Nasce dalla memoria collettiva di una società che non è più disposta ad affidare il proprio futuro a nuovi salvatori. Ancora una volta, la storia contemporanea dell’Iran si confronta con una scelta decisiva: costruire una democrazia fondata su pluralismo e uguaglianza, oppure ripetere, con volti diversi, vecchie forme di autoritarismo.
