Trump spinge Kiev e l’Europa brucia
La settimana appena conclusa rischia di segnare la fine di molte illusioni che hanno accompagnato l’Europa negli ultimi anni. Mentre la crisi energetica continua a pesare sui bilanci delle famiglie e gli equilibri globali si spostano sempre più verso una logica di potenza praticata senza troppi scrupoli da Washington, Mosca e dagli attori del Medio Oriente, l’Unione Europea si ritrova a fare i conti con problemi sempre più evidenti all’interno dei propri confini.
Le proteste esplose a Parigi, Bruxelles, Barcellona, Berlino e in diverse città italiane non sembrano essere semplicemente l’ennesima stagione di manifestazioni di piazza. Piuttosto, danno l’impressione di rappresentare il sintomo di un malessere più profondo, maturato nel tempo e aggravato da un’inflazione ancora elevata, dall’aumento del costo dell’energia e dai continui rincari dei carburanti.
Parlare di sorpresa sarebbe fuori luogo. Da anni l’Unione Europea continua a inseguire obiettivi politici e ideologici sempre più ambiziosi, mostrando però molte difficoltà nel confrontarsi con le conseguenze economiche delle proprie scelte. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una crescente tensione sociale e un malcontento che oggi emerge con forza nelle principali metropoli del continente.
Per questo motivo, quanto sta accadendo non può essere liquidato come una serie di episodi isolati. È piuttosto il segnale di un disagio che covava da tempo e che molte classi dirigenti europee hanno preferito sottovalutare, quando non ignorare del tutto.
Usa, Russia e Ucraina
Sul fronte orientale, il dato politico più significativo delle ultime settimane è il progressivo allontanamento tra Washington e Kiev. Donald Trump ha archiviato la stagione dell’assistenza incondizionata all’Ucraina, criticando apertamente Volodymyr Zelensky e lasciando intendere che ogni ulteriore sostegno militare sarà subordinato all’apertura di un negoziato con Mosca.
Al di là delle dichiarazioni ufficiali, il segnale che arriva dalla Casa Bianca appare piuttosto chiaro: negli Stati Uniti cresce la convinzione che il sistema delle sanzioni e il continuo finanziamento del conflitto non servano più agli interessi strategici di Washington. È una valutazione che riflette una logica di interesse nazionale che, piaccia o meno, sta tornando al centro della politica americana.
A Kiev non resta molto spazio di manovra. Non è un caso che abbia ripreso quota anche il dibattito sulle elezioni, considerate realisticamente praticabili soltanto nell’eventualità di una tregua temporanea. Già questo elemento basta a far capire quanto il quadro sia cambiato rispetto a pochi mesi fa.
In tutto questo, l’Unione Europea conferma ancora una volta il proprio ruolo marginale nei passaggi chiave dell contesto internazionale. Mentre Kaja Kallas e altri rappresentanti dell’Unione moltiplicano prese di posizione che incidono ben poco sulla realtà dei fatti, e il Consiglio Affari Esteri si concentra sul dibattito relativo all’allargamento ai Balcani e alla Moldova, le decisioni realmente decisive continuano a maturare altrove.
È difficile, infatti, sostenere che Bruxelles abbia oggi un’influenza determinante sul possibile percorso negoziale. Le principali leve diplomatiche, economiche e militari restano saldamente nelle mani delle grandi potenze, lasciando l’Unione ai margini dei processi decisionali che contano davvero. Il continente si ritrova così vincolato da risorse limitate e da una capacità di iniziativa che, nei fatti, si è dimostrata ampiamente inferiore alle ambizioni proclamate negli ultimi anni.
Medio Oriente e Hormuz
Nel quadrante mediorientale la situazione continua a deteriorarsi. Gli attacchi degli Houthi contro obiettivi sauditi e le tensioni che coinvolgono l’Iran confermano quanto gli equilibri della regione restino fragili e quanto sia vulnerabile l’intero sistema delle rotte energetiche mondiali. Quando il Golfo entra in una fase di forte instabilità, le conseguenze non rimangono confinate all’area mediorientale: si riflettono rapidamente sui mercati energetici e finiscono per pesare anche sulle economie europee, già alle prese con costi elevati per imprese e famiglie.
In questo contesto, Israele continua a rappresentare uno degli attori più solidi e strutturati della regione. Impegnato contemporaneamente sul fronte di Gaza, lungo il confine libanese e nella gestione delle tensioni in Cisgiordania, lo Stato ebraico si trova ad affrontare una pressione costante sul piano della sicurezza. Si possono discutere singole decisioni del governo israeliano, ma resta difficile ignorare la complessità del contesto in cui opera.
Da anni una parte dell’Occidente si affida quasi esclusivamente agli strumenti diplomatici per contenere minacce che, in molti casi, hanno invece una chiara dimensione militare e terroristica. La posizione israeliana parte da un presupposto diverso, senza una deterrenza credibile, il controllo del territorio e la capacità di risposta, nessuna stabilità duratura può essere garantita.
È anche per questo che molte delle critiche rivolte a Gerusalemme appaiono, agli occhi di numerosi osservatori, quantomeno parziali. Spesso l’attenzione politica e mediatica si concentra quasi esclusivamente sulle reazioni israeliane, mentre passa in secondo piano il ruolo delle organizzazioni armate e degli attori regionali che contribuiscono ad alimentare l’instabilità. Una lettura che rischia di descrivere soltanto una parte del problema e non il quadro nella sua interezza.
Le piazze italiane e europee
Il fine settimana tra il 16 e il 18 ottobre ha rappresentato un nuovo campanello d’allarme per l’Europa. In Francia la situazione è rapidamente degenerata, con migliaia di arresti effettuati dalle forze dell’ordine nel giro di poche ore. Scene di tensione si sono registrate anche a Bruxelles, Barcellona, Berlino e Lipsia, dove diverse manifestazioni contro il caro vita sono sfociate in episodi di violenza, assalti a edifici pubblici e saccheggi.
Nemmeno l’Italia è rimasta ai margini di questo clima. A Milano, Torino, Bologna, Firenze e Roma gruppi organizzati e frange estremiste hanno approfittato di un disagio sociale reale per trasformare alcune proteste in occasioni di scontro, lasciandosi alle spalle danneggiamenti, aggressioni e pesanti problemi di ordine pubblico.
Sul piano politico, il dibattito resta acceso. Una parte delle opposizioni continua a ricondurre quanto accaduto alle scelte dell’esecutivo, ma questa lettura rischia di ignorare un aspetto fondamentale: il malcontento economico può spiegare una protesta, non giustificare derive violente o attacchi contro le istituzioni e le forze dell’ordine.
Il governo guidato da Giorgia Meloni ha scelto di rispondere rafforzando le attività di controllo e di prevenzione sul territorio. La linea del Ministero dell’Interno appare chiara: contrastare con fermezza gli episodi di violenza e impedire che il disagio sociale venga strumentalizzato da gruppi intenzionati a creare caos nelle città.
Nel frattempo l’esecutivo continua a puntare sull’attuazione del PNRR, sugli investimenti infrastrutturali e sulle politiche energetiche considerate strategiche per la competitività del Paese. Si può discutere dell’efficacia delle singole misure, ma resta difficile immaginare una risposta al rallentamento economico che non passi da crescita, investimenti e maggiore efficienza amministrativa.
È proprio qui che si gioca la partita dei prossimi anni: da una parte il rischio di un crescente disagio sociale, dall’altra la necessità di creare le condizioni per uno sviluppo economico più solido. Ridurre tutto a uno scontro ideologico, come spesso accade nel dibattito pubblico, forse aiuta la propaganda, ma difficilmente aiuta a comprendere la portata del problema.
Sintesi strategica per il sistema paese
Da questa situazione emergono alcune conseguenze politiche che l’Italia non può permettersi di ignorare. Sul piano della politica estera e della difesa, il progressivo raffreddamento dei rapporti tra Washington e Kiev suggerisce che la stagione del sostegno incondizionato all’Ucraina stia arrivando al capolinea.. Se gli stessi Stati Uniti stanno riconsiderando costi, obiettivi e prospettive del conflitto, sarebbe irrealistico pensare che Roma possa continuare a muoversi come se nulla stesse cambiando. Prima di tutto vengono gli interessi nazionali italiani, che dovrebbero restare il criterio guida di qualsiasi scelta strategica.
C’è poi il tema energetico. Le tensioni nel Mar Rosso, gli attacchi degli Houthi e le incertezze che gravano sullo Stretto di Hormuz ricordano quanto sia fragile l’attuale sistema degli approvvigionamenti. Per un Paese come l’Italia, fortemente dipendente dall’estero, la sicurezza energetica non può essere affidata a slogan o obiettivi astratti. Serve una strategia pragmatica, capace di garantire forniture stabili e prezzi sostenibili. Le politiche energetiche promosse negli ultimi anni da Bruxelles mostrano oggi limiti che stanno diventando sempre più evidenti, soprattutto alla luce delle difficoltà che famiglie e imprese continuano ad affrontare.
Anche sul Medio Oriente la scelta dovrebbe essere piuttosto chiara. Al netto delle polemiche e delle divisioni che attraversano il dibattito internazionale, Israele continua a rappresentare per l’Italia uno dei partner più affidabili e rilevanti sul piano strategico e della sicurezza nel Mediterraneo allargato. Le relazioni con Gerusalemme non dovrebbero essere valutate sull’onda delle emergenze del momento, ma alla luce di interessi geopolitici di lungo periodo.
Infine, resta il tema dell’ordine pubblico. Il disagio sociale è una realtà che va affrontata, ma non può trasformarsi in una giustificazione per violenze, devastazioni o attacchi alle istituzioni. Uno Stato credibile deve essere in grado di garantire libertà di protesta e rispetto della legalità. Senza sicurezza, senza tutela della proprietà privata e senza il controllo del territorio, qualsiasi progetto di crescita economica rischia di poggiare su basi estremamente fragili.
Mentre le grandi potenze ragionano in termini di interessi, sicurezza ed energia, l’Europa continua troppo spesso a rifugiarsi in procedure, vincoli burocratici e formalismi che ne limitano la capacità di azione. È una differenza di approccio che sta diventando sempre più evidente.
Per questo motivo l’Italia non può permettersi di affrontare le sfide dei prossimi anni con atteggiamenti ideologici o con automatismi politici. In un quadro internazionale sempre più competitivo, la difesa degli interessi nazionali non dovrebbe essere vista come un’opzione tra le tante, ma come il punto di partenza di qualsiasi strategia politica credibile.
