La notte di Sigonella: quando l’Italia spacciò il compromesso come una vittoria
Il sequestro della nave italiana, l’uccisione di Leon Klinghoffer, l’operazione americana per catturare i responsabili, Abu Abbas e il confronto sulla pista dell’aeroporto siciliano. Quarant’anni dopo, documenti declassificati e testimonianze dei protagonisti permettono di ricostruire una delle crisi più pericolose mai attraversate dall’alleanza fra Roma e Washington.
La pista di Sigonella, nella notte fra il 10 e l’11 ottobre 1985, divenne per alcune ore il luogo fisico nel quale la Guerra fredda mediterranea si trasformò in una crisi fra alleati. Da una parte i militari americani arrivati per catturare i responsabili del sequestro dell’Achille Lauro; dall’altra i Carabinieri e i militari italiani che avevano ricevuto l’ordine di impedirne la cattura. In mezzo, un Boeing 737 egiziano, fermo sulla pista, e a bordo quattro palestinesi accusati di avere dirottato una nave italiana e ucciso un cittadino ebreo-americano.
Non fu una scena costruita per la televisione. I due schieramenti erano armati. Gli americani avevano ricevuto l’ordine di prendere in consegna i terroristi; gli italiani quello di impedire che venissero sottratti alla “giustizia italiana”. Per alcune ore la possibilità che un’operazione antiterrorismo americana producesse uno scontro armato con le forze di un Paese alleato della NATO non fu un’ipotesi astratta.
La crisi sarebbe stata ricordata soprattutto come il momento in cui Bettino Craxi disse no a Ronald Reagan. Ma questa formula, divenuta quasi una triste leggenda politica, racconta soltanto l’ultimo atto. Per comprendere davvero Sigonella bisogna tornare a tre giorni prima, quando un gruppo di quattro uomini salì a bordo dell’Achille Lauro e quello che avrebbe dovuto essere un attentato contro Israele si trasformò in un sequestro internazionale.
L’obiettivo era Israele, ma il bersaglio diventò una nave italiana
Il 7 ottobre 1985 l’Achille Lauro navigava nel Mediterraneo, al largo dell’Egitto. A bordo c’erano centinaia di passeggeri e membri dell’equipaggio. Quattro uomini appartenenti al Fronte per la liberazione della Palestina, la fazione palestinese guidata da Muhammad Zaidan, conosciuto come Abu Abbas, erano riusciti a imbarcarsi portando con sé armi.
I terroristi vennero sorpresi da un componente dell’equipaggio mentre maneggiavano le armi destinate a una loro missione programmata durante lo sbarco nel porto israeliano di Ashdod, reagirono repentinamente e, dopo una sparatoria che coinvolse un membro dell’equipaggio (ferito a una gamba), si impossessarono della nave.
La ricostruzione successiva delle indagini italiane avrebbe stabilito che il piano originario era diverso da quello che sarebbe diventato il caso Achille Lauro. I quattro avrebbero dovuto raggiungere Israele e compiere un attentato. La scoperta delle armi da parte dell’equipaggio fece però saltare il progetto. Da quel momento il commando trasformò la nave in un ostaggio galleggiante.
Il sequestro si inseriva in una fase di estrema tensione nel Mediterraneo. Soltanto sei giorni prima, il 1° ottobre, l’aviazione israeliana aveva bombardato il quartier generale dell’OLP a Tunisi. Nei documenti diplomatici americani dell’epoca, l’attacco israeliano e il sequestro dell’Achille Lauro compaiono nello stesso quadro di una crescente spirale di violenza regionale. Il Dipartimento di Stato americano riteneva che la gestione egiziana della crisi fosse stata troppo indulgente e chiedeva che i responsabili fossero arrestati e processati. Per Roma la priorità era invece liberare gli ostaggi, trattando con i terroristi, e impedire che il sequestro degenerasse in un massacro. Fu in questo momento che entrò in scena Abu Abbas.
Abu Abbas, il mediatore che sarebbe diventato il principale imputato
Abu Abbas era il leader del Fronte per la liberazione della Palestina e godeva di rapporti con l’OLP di Yasser Arafat. Durante la crisi fu indicato come interlocutore capace di favorire la resa dei sequestratori. Questa circostanza sarebbe diventata, nei giorni successivi, uno dei nodi più controversi dell’intera vicenda.
Per gli italiani, almeno nella fase iniziale, Abbas appariva come un interlocutore palestinese attraverso il quale ottenere la liberazione degli ostaggi. Per gli israeliani e gli americani, invece, esistevano elementi che lo collegavano direttamente alla pianificazione dell’operazione.
La differenza non era marginale. Se Abbas era un mediatore intervenuto per chiudere la crisi, la sua presenza sull’aereo egiziano poteva essere interpretata come quella di un rappresentante politico. Se invece era il responsabile dell’operazione, la sua fuga avrebbe significato lasciare libero il principale organizzatore del sequestro. La questione sarebbe stata risolta soltanto dalle indagini successive.
Ma prima ancora che quelle indagini fossero completate, la vicenda subì una svolta drammatica.
Leon Klinghoffer
Leon Klinghoffer aveva 69 anni. Era americano, ebreo e si trovava a bordo della nave con la moglie. Una malattia lo aveva costretto su una sedia a rotelle. Durante il sequestro venne separato dagli altri ostaggi, ucciso con un colpo d’arma da fuoco e gettato in mare insieme alla sedia a rotelle.
La notizia della sua morte trasformò completamente la crisi. Il presidente Ronald Reagan, parlando il 10 ottobre, dichiarò pubblicamente che gli Stati Uniti avrebbero fatto tutto il possibile affinché i responsabili fossero sottoposti al giudizio americano. Reagan riconobbe anche la complessità della questione della giurisdizione: il crimine era stato commesso a bordo di una nave italiana, ma la vittima era americana.
Era una formulazione prudente in pubblico. Dietro le quinte, tuttavia, Washington aveva già cominciato a preparare un’operazione molto più radicale. Il problema era che i quattro sequestratori stavano per lasciare l’Egitto.
Washington decide di intervenire
Dopo la liberazione degli ostaggi, i quattro palestinesi salirono su un Boeing 737 egiziano. A bordo si trovavano anche Abu Abbas e un altro esponente palestinese. Per gli Stati Uniti quell’aereo non doveva arrivare a destinazione.
La macchina dell’intelligence americana mise in campo sistemi di sorveglianza elettronica, capacità dell’Air Force e della Navy e informazioni raccolte durante le ore precedenti. Una documentazione declassificata oggi conservata dalla CIA descrive l’operazione come un esempio di integrazione fra radar, comunicazioni e sorveglianza aerea. I caccia F-14 della portaerei USS Saratoga furono indirizzati verso il Boeing egiziano e ne determinarono l’intercettazione.
La versione ufficiale americana comunicata il 10 ottobre parlava di un’intercettazione avvenuta in spazio aereo internazionale e spiegava che l’aereo era stato condotto a Sigonella affinché i terroristi fossero consegnati alle autorità competenti. Dietro questa formulazione diplomatica c’era però un problema che Washington aveva sottovalutato: Sigonella era in Italia.
La scelta di Sigonella
Perché scegliere proprio Sigonella? La base siciliana era utilizzata dagli Stati Uniti nell’ambito della presenza militare americana in Italia, ma si trovava sul territorio italiano e comprendeva strutture sottoposte alle rispettive competenze italiana e americana.
La scelta aveva dunque una logica operativa evidente. Ma trasformava automaticamente la cattura in una questione di sovranità.
La ricerca dello IAI condotta successivamente con protagonisti italiani e americani è particolarmente significativa su questo punto. Secondo le testimonianze raccolte, Washington prese consapevolmente la decisione di rinviare fino all’ultimo momento la richiesta di autorizzazione italiana per l’atterraggio a Sigonella. L’obiettivo era evitare che l’Egitto venisse informato dell’operazione e, secondo alcune delle ricostruzioni raccolte, ridurre anche il tempo a disposizione degli esponenti del governo italiano che avrebbero potuto opporsi. Questo risulterà essere un dettaglio fondamentale.
La crisi di Sigonella non nacque soltanto dal contrasto sulla sorte dei sequestratori. Nacque anche da un problema di comunicazione fra due governi alleati nel momento in cui uno dei due aveva deciso di compiere un’operazione militare sul territorio dell’altro.
La telefonata arrivò quando l’operazione era già in corso e quando la richiesta americana arrivò a Roma, la situazione era ormai precipitata. La Casa Bianca cercò di raggiungere Bettino Craxi. La ricostruzione della vicenda presenta ancora oggi versioni differenti su tempi, interlocutori e modalità dei contatti.
Una delle testimonianze più importanti è quella di Thomas Longo, allora responsabile dell’Italy Desk del Dipartimento di Stato americano. Longo ha raccontato di essere stato coinvolto nelle comunicazioni telefoniche tra Washington e Roma e di avere svolto il ruolo di interprete durante i contatti fra le due amministrazioni.
Altre ricostruzioni hanno attribuito un ruolo a Michael Ledeen, consulente del National Security Council che conosceva bene l’Italia e l’italiano. Il suo coinvolgimento è documentato, ma il ruolo preciso svolto nella telefonata Reagan-Craxi è rimasto oggetto di testimonianze divergenti. È uno dei punti sui quali il tempo non ha cancellato le ambiguità.
Una parte della ricostruzione giornalistica e documentaristica ha sostenuto che Ledeen avrebbe volutamente alterato la traduzione delle parole di Reagan, contribuendo a impedire un accordo. Questa tesi è ripresa anche da una produzione Rai dedicata alla vicenda.
La documentazione disponibile, tuttavia, non consente di trasformare questa interpretazione in un fatto definitivamente accertato. Il coinvolgimento di Ledeen e il ruolo da lui svolto nei contatti sono documentati; l’affermazione secondo cui avrebbe deliberatamente falsificato la traduzione resta invece una ricostruzione controversa.
È una distinzione importante, soprattutto quando si ricostruisce una vicenda nella quale le testimonianze dei protagonisti sono state spesso utilizzate, negli anni, per sostenere interpretazioni politiche contrapposte.
La pista di Sigonella
Il Boeing egiziano atterrò a Sigonella nella notte fra il 10 e l’11 ottobre. A quel punto l’operazione americana avrebbe dovuto concludersi con la cattura dei quattro sequestratori, ma non andò così.
Le forze italiane circondarono l’aereo. Poco dopo arrivarono i militari americani incaricati di prendere in consegna i palestinesi. In ultimo, tre Compagnie di Carabinieri che circondarono a loro volta i militari americani. La scena che ne seguì è diventata una delle immagini simbolo della storia della Repubblica: tre cerchi concentrici di uomini armati intorno allo stesso aereo.
Gli italiani non stavano semplicemente proteggendo una pista militare. Stavano impedendo a un reparto americano di eseguire l’ordine ricevuto. Gli americani, a loro volta, non erano arrivati per provocare un confronto con l’Italia. Erano lì perché Washington aveva deciso che i responsabili dell’uccisione di Klinghoffer dovevano essere catturati e trasferiti sotto custodia americana.
La crisi aveva ormai assunto una dinamica propria
La ricostruzione dello IAI degli anni Novanta è particolarmente preziosa perché raccoglie le testimonianze di diversi protagonisti e mostra quanto la gestione americana fosse stata condizionata dalla necessità di agire rapidamente e dalla volontà di evitare che l’Egitto conoscesse preventivamente l’operazione. La stessa fonte sottolinea però che, a posteriori, non tutti i protagonisti ricordavano nello stesso modo le decisioni prese quella notte.
Craxi sceglie la sovranità italiana, ma il salvacondotto per i terroristi era nelle sue tasche
Bettino Craxi si trovò davanti a una scelta che andava oltre la sorte dei quattro sequestratori. Se avesse consentito agli americani di prenderli in consegna sulla pista italiana, avrebbe accettato di fatto che una forza militare straniera eseguisse un arresto sul territorio nazionale senza passare attraverso le autorità italiane.
Craxi scelse l’altra strada, quella del compromesso tanto caro e strettamente connesso alla nostra politica estera fatta di sotterfugi, pagamenti sottobanco e, di fatto, una relativa impunità verso i terroristi palestinesi in transito o operanti anche in Italia. L’errore più clamoroso fu quello di ignorare (?) la fuga di Abbas in Yugoslavia.
Formalmente l’Italia avrebbe preso in consegna i sequestratori e sarebbe stata la magistratura italiana (sic…) a decidere il loro destino. Cosa avvenuta, ma con conseguenze direttamente connesse all’applicazione del disgraziato Lodo Moro ancora imperante che aveva creato uno “scudo protettivo” sull’Italia rendendola quasi immune da atti terroristici palestinesi. A ciò sfuggirono gli attentati terroristici di Fiumicino, Café de Paris, British Airways, Sinagoga di Roma ed aggiungeremmo, con un illazione documentata, la strage di Bologna, solo per citare i fatti più eclatanti.
Il presidente americano aveva espresso pubblicamente una posizione diversa già il 10 ottobre. Reagan aveva detto che gli Stati Uniti volevano che i responsabili fossero messi a disposizione del Paese competente per il processo, pur non escludendo un coinvolgimento della giustizia italiana, e aveva ricordato che, dal punto di vista americano, esisteva una rivendicazione di giurisdizione fondata sulla nazionalità della vittima.
La posizione italiana poggiava invece sul fatto che il reato era stato commesso a bordo di una nave italiana e che i sospetti si trovavano ora sotto la giurisdizione italiana. Era una controversia giuridica reale, non soltanto una disputa politica, sebbene pesasse come un macigno la nazionalità dell’unica vittima.
Il punto più delicato: quattro terroristi o sei palestinesi?
La questione divenne ancora più complicata per la presenza a bordo di Abu Abbas e di un altro esponente dell’OLP. Qui le fonti americane e italiane dell’epoca divergono in modo significativo.
Per Washington, tutti i palestinesi a bordo erano parte della vicenda e dovevano essere trattenuti. Un telegramma dell’ambasciata americana a Roma, declassificato successivamente, mostra quanto fosse importante per gli americani ottenere la custodia di tutti e sei. Il documento riferisce che l’ambasciata considerava la detenzione dei sei parte dell’intesa raggiunta fra Reagan e Craxi.
Per la parte italiana, invece, esisteva una distinzione tra i quattro sequestratori e i due esponenti palestinesi che avevano partecipato alla gestione della resa. Questa differenza sarebbe diventata decisiva. Perché uno dei due era Abu Abbas.
La “vittoria italiana” sulla pista non risolse il caso
Il confronto a Sigonella terminò senza colpo ferire. Le forze americane non presero i sequestratori. I quattro vennero consegnati alle autorità italiane. Ma la vicenda non era affatto conclusa.
L’aereo egiziano avrebbe successivamente lasciato Sigonella e raggiunto Roma. I caccia americani continuarono a monitorare la situazione. A quel punto la crisi cambiò ancora una volta natura: dalla pista di Sigonella passò alle stanze della magistratura, della diplomazia e della politica italiana.
E qui emerse il problema che avrebbe condizionato per anni la memoria della vicenda: che cosa fare di Abu Abbas?
L’uomo che gli americani volevano più degli altri
Gli Stati Uniti avevano più di una ragione di considerare Abbas un obiettivo di primaria importanza. Ma la prova disponibile in quel momento non coincideva ancora con quella che sarebbe emersa successivamente.
L’Italia non disponeva, nelle ore decisive, di un quadro probatorio completo e definitivo sul ruolo di Abbas nella pianificazione del sequestro. Un chiaro sintomo della pochezza palesata dalla nostra Intelligence e sulla presunta carenza di informazioni nel teatro mediorientale dove, peraltro, i nostri servizi sedevano ai tavoli di emissari dell’OLP stabilendo i parametri per un’integrità del territorio italiano in cambio di lasciapassare e denaro che, comunque, sarebbe stato devoluto per attentati in altri Paesi, Israele in primis.
Questa circostanza è essenziale per comprendere una decisione che, vista quarant’anni dopo, è del tutto incomprensibile.
Abu Abbas non venne consegnato agli americani
La sua partenza da Roma verso Belgrado divenne il secondo atto della crisi. Le fonti contemporanee mostrano quanto Washington fosse irritata. Gli Stati Uniti sostenevano che esistessero basi sufficienti per arrestarlo e che l’Italia avesse l’obbligo di cooperare nell’ambito degli accordi di estradizione. Roma mantenne invece la propria interpretazione degli elementi disponibili e della posizione giuridica di Abbas.
Soltanto successivamente, dopo la disastrosa gestione della vicenda, l’inchiesta italiana avrebbe prodotto una ricostruzione molto più pesante. Ma a questo siamo abituati.
Le indagini cambiano il quadro
Nel 1986 si aprì a Genova il processo contro i responsabili del sequestro. Nel corso dell’inchiesta emersero elementi che portarono i magistrati italiani a considerare Abu Abbas non un semplice intermediario, ma il principale organizzatore dell’operazione.
Nel luglio dello stesso anno il procuratore Luigi Carli chiese l’ergastolo per Abbas e per altri imputati considerati ai vertici dell’organizzazione. Il tribunale di Genova condannò poi Abbas all’ergastolo in contumacia. La sentenza attribuì ai vertici del Fronte per la liberazione della Palestina una responsabilità centrale nell’organizzazione del sequestro.
Anche qui è necessario evitare una semplificazione
La sentenza italiana non stabilì che Abbas fosse stato il responsabile materiale dell’uccisione di Klinghoffer. I quattro sequestratori presenti sul posto furono giudicati per i loro diversi ruoli e la ricostruzione giudiziaria non equivaleva all’identificazione di Abbas come l’uomo che aveva materialmente premuto il grilletto. Ma la sua responsabilità nell’organizzazione dell’operazione divenne il punto centrale della ricostruzione giudiziaria italiana. Quello che nel momento di Sigonella era ancora controverso sarebbe diventato, nei mesi successivi, una conclusione giudiziaria.
Il paradosso di Sigonella
È qui che la storia diventa più interessante. La decisione italiana di non consegnare Abbas non può essere analizzata semplicemente alla luce delle informazioni emerse nel 1986. Craxi dovette decidere sulla base delle informazioni disponibili nell’ottobre 1985. Ma non è nemmeno possibile ignorare ciò che accadde dopo.
L’inchiesta italiana stabilì che Abbas era coinvolto nella pianificazione. La sentenza di Genova lo condannò all’ergastolo. La posizione americana, inizialmente contestata da Roma, trovò quindi una significativa conferma nella successiva ricostruzione giudiziaria italiana.
Per molti questo non significa che gli Stati Uniti avessero automaticamente diritto di arrestarlo a Sigonella. Sono due questioni ritenute diverse. Una cosa è stabilire la responsabilità penale di un individuo. Un’altra è stabilire quale Stato avesse il diritto di arrestarlo e processarlo in quella determinata circostanza.
La questione della sovranità
Sigonella fu soprattutto una disputa sulla sovranità. Gli Stati Uniti disponevano di una presenza militare permanente in Italia e utilizzavano la base nell’ambito dell’alleanza. Ma ciò non significava che la base fosse diventata territorio statunitense.
La ricerca giuridica prodotta all’epoca dallo IAI evidenziò proprio la complessità del quadro normativo relativo alle installazioni militari americane in Italia e ai rapporti fra gli accordi bilaterali, la NATO e la legislazione italiana.
Dal punto di vista americano, l’operazione era stata concepita come un’azione antiterrorismo condotta contro responsabili di un omicidio. Dal punto di vista italiano, il problema era che l’azione americana era arrivata a un punto nel quale militari statunitensi pretendevano di prendere fisicamente in consegna persone che si trovavano su una base situata in territorio italiano.
La differenza fra le due prospettive era enorme, ed è precisamente quella differenza che portò i militari dei due Paesi a fronteggiarsi.
Una crisi anche nel governo italiano
Sigonella non si concluse con il ritiro americano. La questione esplose all’interno della maggioranza che sosteneva Craxi.
Il ministro della Difesa Giovanni Spadolini assunse una posizione più vicina a quella americana e contestò la gestione della vicenda, in particolare per quanto riguardava Abu Abbas. Il Partito Repubblicano Italiano uscì dalla maggioranza. La crisi politica che ne seguì portò Craxi alle dimissioni, seppur rifiutate dall’allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Il primo governo Craxi non cadde, comunque, neppure sotto il peso delle conseguenze politiche della vicenda, ed una nuova soluzione di governo consentì al leader socialista di continuare la guida dell’esecutivo. L’Archivio storico del Senato conserva una documentazione significativa dell’attività di Craxi durante la crisi, compresi i materiali relativi alle comunicazioni governative e alla gestione del caso.
Washington e Roma non potevano permettersi una rottura
Per quanto grave fosse stata la crisi, né Reagan né Craxi avevano interesse a trasformarla in una rottura dell’alleanza.
L’Italia era un elemento strategico fondamentale per gli Stati Uniti nel Mediterraneo e nella NATO. In quel momento il territorio italiano aveva inoltre un’importanza particolare per la questione degli euromissili e per la presenza americana nel fianco meridionale dell’Alleanza. La documentazione dello IAI sottolinea come il rapporto con Washington e la politica mediterranea italiana fossero diventati inseparabili nel dibattito sulla collocazione internazionale dell’Italia.
La crisi venne quindi progressivamente ricomposta. Craxi e Reagan si incontrarono successivamente a New York. L’alleanza sopravvisse alla notte di Sigonella. Ma qualcosa era cambiato. Era diventato evidente che la cooperazione militare fra due alleati non cancellava il problema fondamentale della sovranità nazionale.
Il mistero della telefonata
A distanza di quarant’anni, uno dei capitoli più controversi rimane quello della telefonata Reagan-Craxi.
Chi tradusse realmente? Che cosa disse esattamente Reagan? Che cosa comprese Craxi? Reagan chiese la consegna di quattro uomini oppure di tutti e sei? Craxi promise di trattenere anche Abbas o soltanto i quattro sequestratori?
I documenti declassificati non hanno eliminato completamente le contraddizioni. Ma permangono misteri sui documenti a tutt’oggi rimasti secretati, sia in Italia che in altri Paesi europei ed in Israele.
Una fonte particolarmente significativa è la documentazione prodotta nell’ambito della ricerca italo-americana del 1992. Gli autori intervistarono numerosi protagonisti della crisi e registrarono le loro diverse versioni sui contatti fra Washington e Roma. Il materiale mostra che la questione del numero dei palestinesi da trattenere e del contenuto esatto dell’intesa Reagan-Craxi rimase controversa anche anni dopo. Questo elemento dovrebbe mettere in guardia dalle ricostruzioni troppo nette.
La storia di Sigonella è piena di testimonianze successive nelle quali ogni protagonista tende, inevitabilmente, a ricostruire il proprio ruolo in una luce coerente con le decisioni prese.
Il lavoro dell’intelligence storica consiste proprio nel separare ciò che è documentato da ciò che viene raccontato.
L’ombra di Michael Ledeen
Nella memoria italiana della vicenda, Michael Ledeen è diventato una figura quasi mitologica.
La sua presenza nell’apparato politico e di sicurezza americano dell’epoca è documentata. Il suo rapporto con l’Italia era precedente alla crisi. La sua conoscenza dell’ambiente politico italiano lo rendeva un interlocutore particolare. Ma la successiva trasformazione di Ledeen nel presunto “uomo che fece saltare la mediazione” appartiene a un livello interpretativo che deve essere trattato con cautela.
La documentazione disponibile dimostra il suo coinvolgimento nei contatti e nelle comunicazioni. Non dimostra, con lo stesso grado di certezza, che egli abbia deliberatamente manipolato la traduzione per provocare lo scontro. È una differenza che può sembrare sottile, ma in un’inchiesta storica è decisiva.
La Rai ha riproposto esplicitamente la tesi della traduzione volutamente distorta. Ma altri protagonisti americani hanno attribuito a Thomas Longo il ruolo di interprete nella telefonata, e la stessa documentazione storica mostra versioni differenti. Il mistero, dunque, non è completamente chiuso.
La fuga di Abu Abbas
Mentre Washington protestava, Abu Abbas riuscì, misteriosamente, a lasciare l’Italia e raggiungere la Jugoslavia. Questa fuga rappresentò per gli Stati Uniti il fallimento più importante dell’intera operazione e per l’Italia un aggettivazione di Paese “colabrodo”.
La Delta Force non aveva catturato i sequestratori. I quattro erano finiti nelle mani della magistratura italiana, come Craxi aveva voluto. Ma l’uomo che Washington considerava il principale organizzatore era riuscito a sottrarsi alla giustizia. Il paradosso è che, nei mesi successivi, proprio la magistratura italiana avrebbe finito per confermare la centralità di Abbas nell’operazione.
La sentenza di Genova del 1986 rappresentò dunque una sorta di risposta tardiva alla controversia dell’ottobre precedente. Ma Abbas era ormai lontano.
Una vicenda che non terminò nel 1985
Abu Abbas sarebbe rimasto latitante per quasi vent’anni. Nel 2003, durante la guerra in Iraq, venne catturato dalle forze americane a Baghdad. La cattura riportò improvvisamente alla memoria la vicenda dell’Achille Lauro e la vecchia condanna italiana.
Era un finale paradossale: l’uomo che nel 1985 gli Stati Uniti avevano tentato di catturare sulla pista di Sigonella veniva infine arrestato dalle forze americane quasi diciotto anni dopo. Abbas morì nel 2004 mentre era detenuto in Iraq.
La lunga traiettoria della sua vicenda confermò retrospettivamente quanto fosse importante la domanda rimasta al centro della notte di Sigonella: chi fosse realmente quell’uomo e quale fosse stato il suo ruolo nel sequestro.
Sigonella come laboratorio di intelligence
Guardata oggi, la crisi appare anche come un caso di studio sull’intelligence internazionale. Gli Stati Uniti possedevano una capacità di sorveglianza elettronica e di coordinamento operativo sufficiente per localizzare un aereo in volo sul Mediterraneo e costringerlo a cambiare rotta.
Israele disponeva di informazioni sugli uomini del PLF e sui loro rapporti con Abu Abbas.
L’Egitto controllava l’aereo e aveva gestito la fase finale del sequestro. L’OLP disponeva di canali politici con i sequestratori e con Roma.
E l’Italia? Disponeva della leva giudiziaria, della sovranità territoriale e degli accordi sottobanco con i terroristi palestinesi, un curriculum scabroso…
Ed è proprio questa frammentazione a spiegare una parte delle contraddizioni.
Washington conosceva elementi che Roma non conosceva ancora. Israele disponeva di informazioni che gli americani consideravano decisive. Gli italiani dovettero prendere decisioni prima che le prove raccolte successivamente fossero disponibili alla magistratura ed anticipando eventuali ritorsioni da parte dei terroristi palestinesi attenendosi alle loro richieste.
La crisi nacque quindi anche da un problema classico dell’intelligence: possedere informazioni non significa automaticamente possedere una prova utilizzabile politicamente o giudiziariamente.
La lezione politica
Sigonella non dimostrò che l’Italia fosse diventata improvvisamente indipendente dagli Stati Uniti. E non dimostrò neppure che Washington fosse pronta a mettere in discussione l’alleanza per catturare quattro terroristi.
Dimostrò qualcosa di più concreto. Un’alleanza militare non elimina le sovranità nazionali. Una base americana situata in Italia rimane inserita in un quadro giuridico e politico italiano. E un’operazione militare pianificata senza un adeguato coordinamento con il Paese ospitante può trasformare un’azione contro un nemico comune in una crisi fra alleati.
Lo stesso IAI, analizzando a posteriori la politica estera italiana degli anni Ottanta, definì la crisi Achille Lauro-Sigonella un episodio nel quale emersero con particolare chiarezza le differenze fra la politica mediterranea italiana e quella americana. La crisi divenne, nella lettura dell’istituto, un passaggio importante del confronto sull’autonomia delle scelte italiane nel Mediterraneo, perennemente improntate dalla non belligeranza. Quella notte non ci fu una guerra. Ma ci fu un confronto militare.
La definizione “Italia e Stati Uniti sfiorarono una guerra” è efficace ma rischia di essere fuorviante.
Non ci fu alcun combattimento. Non vennero sparati colpi. Nessuno dei due governi voleva uno scontro armato. Ma non sarebbe corretto nemmeno minimizzare ciò che avvenne. Militari americani e italiani si trovarono effettivamente schierati gli uni contro gli altri, armati, attorno a un aereo che entrambi consideravano sotto la propria responsabilità. Fu un confronto reale.
E fu proprio la stolta decisione politica di Craxi di assumere il controllo dei quattro sequestratori a impedire che la questione venisse risolta dalla forza. La storia avrebbe potuto essere molto diversa.
La verità storica è meno semplice della leggenda
La leggenda di Sigonella ha prodotto nel tempo due narrazioni opposte. Nella prima, Craxi appare come il leader italiano che ebbe il coraggio di sfidare Reagan e difendere la sovranità nazionale contro una superpotenza.
Nella seconda, Craxi appare come il politico che impedì agli Stati Uniti di catturare terroristi responsabili dell’uccisione di un cittadino americano e consentì ad Abu Abbas di fuggire.
Entrambe contengono una parte della storia.
Craxi impedì effettivamente agli americani di prendere i sequestratori e impose che fossero consegnati alla magistratura italiana. È un fatto documentato.
Gli Stati Uniti avevano effettivamente organizzato un’operazione per catturarli dopo l’uccisione di Klinghoffer. È anch’esso documentato.
Ma Abu Abbas riuscì effettivamente a lasciare l’Italia. È documentato.
E la magistratura italiana, l’anno successivo, lo condannò all’ergastolo come organizzatore del sequestro. È documentato. Peccato che venne condannato in contumacia e catturato dagli americani solo nel 2003…
È altrettanto documentato che, nella notte di Sigonella, le autorità italiane non disponevano ancora dell’intero quadro probatorio che sarebbe emerso dall’inchiesta. Un particolare che pesa sull’inefficienza della nostra Intelligence, occupata a stipulare accordi preventivi di “non aggressione” piuttosto che a produrre azioni di neutralizzazione-eliminazione mirate contro leader, miliziani e fiancheggiatori delle organizzazioni terroristiche palestinesi. Una sorta di anticipazione di un atteggiamento che, successivamente all’alba del terzo millennio, si sarebbe ripresentato con l’Italia esente da attacchi terroristici da parte degli islamisti in cambio di impunità, immigrazione clandestina e accettazione di una vera e propria invasione da parte di estremisti islamici intenzionati ad imporre il loro “modello” di vita.
La vera storia, dunque, non è quella di un eroe contro un aggressore.
È la storia di due alleati che, di fronte a un atto terroristico, applicarono due concezioni diverse della sovranità, della giustizia e dell’uso della forza, quest’ultimo sconosciuto ai vari Governi di Roma, sempre pronti all’invio di omini con valigetta per pagare riscatti o impedire l’attuazione di attacchi.
Un esito finale sconfortante
Il punto di partenza è la sentenza del tribunale di Genova del 10 luglio 1986. Undici imputati vennero giudicati e condannati. Abu Abbas e altri due dirigenti del Palestine Liberation Front, processati in contumacia, ricevettero l’ergastolo. Tre dei quattro componenti del commando furono invece condannati a pene comprese fra 15 e 30 anni. Il quarto era minorenne e fu giudicato separatamente. Pene non certo commisurate alla gravità dei fatti commessi.
Youssef Majed al-Molqi fu il membro del commando indicato come l’autore materiale dell’uccisione di Leon Klinghoffer. Durante il processo, Ahmad Assadi testimoniò di aver visto Molqi subito dopo l’omicidio, con la camicia sporca di sangue, e riferì che Molqi gli aveva detto di avere ucciso l’americano.
Molqi fu condannato a 30 anni di reclusione. Nel 1996, mentre era detenuto a Rebibbia, ottenne un permesso di 12 giorni e non fece ritorno in carcere. Fu rintracciato e arrestato in Spagna, quindi estradato nuovamente in Italia. Nel 2009, dopo avere scontato gran parte della pena, fu scarcerato per buona condotta (!); le autorità italiane ne predisposero successivamente l’espulsione verso la Siria.
Ahmad Marouf al-Assadi, che durante il processo aveva collaborato con la magistratura e accusato Molqi, ricevette 15 anni e 2 mesi. Dopo essere stato ammesso alla libertà condizionale nel 1991, scomparve. Le informazioni successive sulla sua sorte sono contraddittorie: alcune fonti lo considerarono morto, mentre altre lo collocarono successivamente in Iraq e poi nel campo palestinese di Nahr al-Bared, in Libano.
Ibrahim Abdelatif Fatayer, spesso indicato nelle fonti anche come Abdellatif Ibrahim Fatair venne condannato a 30 anni secondo le ricostruzioni successive. Scontò circa vent’anni di carcere e un ulteriore periodo in libertà condizionale. Nel 2008 fu espulso dall’Italia ma detenuto in un centro accoglienza e nel 2009 risultava ancora coinvolto nelle procedure relative alla sua espulsione verso la Siria.
Il quarto sequestratore, all’epoca diciassettenne, non fu giudicato insieme agli altri dal tribunale ordinario ma dalla giustizia minorile. Le fonti disponibili riportano per lui una condanna a 17 anni.
Quarant’anni dopo
Sigonella è tornata periodicamente nella memoria italiana ogni volta che una questione relativa alle basi americane, all’uso del territorio nazionale o alla sovranità militare ha riaperto il rapporto fra Roma e Washington. La ragione è semplice.
Quella notte rappresentò un precedente difficilmente cancellabile: un’installazione militare utilizzata dagli Stati Uniti, un’operazione americana condotta senza un coordinamento preventivo sufficiente con Roma, un reparto speciale pronto a intervenire, le forze italiane schierate sulla stessa pista e, infine, una decisione politica che prevalse sull’opzione militare.
Il caso Achille Lauro-Sigonella rimane per questo uno degli episodi più significativi della storia della Repubblica. Non soltanto per il pavido gesto di Craxi. Non soltanto per la pazienza palesata da Ronald Reagan. Non soltanto per Abu Abbas o per Leon Klinghoffer.
Ma perché in quelle poche ore si incontrarono, sullo stesso pezzo di pista siciliana, terrorismo internazionale, intelligence, diritto internazionale, rapporti di alleanza, diplomazia mediterranea e sovranità nazionale. E per qualche ora nessuno seppe quale di questi principi avrebbe prevalso.
Alla fine prevalse la politica del compromesso, tanto cara ad ogni classe politica italiana.
Ma il prezzo fu una delle più gravi crisi mai registrate tra l’Italia e gli Stati Uniti durante la Guerra fredda ed il declassamento del nostro Paese a potenza di terzo grado nel panorama dell’Alleanza Atlantica e, più in generale, della politica occidentale.
E il vero insegnamento di Sigonella, a distanza di quattro decenni, è forse proprio questo: nelle crisi internazionali la superiorità militare deve necessariamente coincidere con le decisioni politiche poiché in uno stato di guerra perenne contro il mostro del terrorismo internazionale, una strategia di “contenimento passivo” risulterà sempre perdente mentre una dimostrazione di forza, di identificazione e neutralizzazione di obiettivi, di prevenzione attiva, incuterà un senso di panico nel “nemico” rendendolo sterile, indebolito e compassato, più avvezzo ad una resa pur in presenza di eventuali residuali rigurgiti di violenza.
È la politica di Israele. In questi giorni si ricorda e festeggia il secondo anniversario dell’operazione “Beeper Attack”, grazie alla quale, il 17 e 18 settembre, centinaia di membri di Hezbollah vennero simultaneamente neutralizzati con l’utilizzo di ricetrasmittenti o “cercapersone”. Un’operazione impensabile per le Intelligence mondiali.
Ma l’Intelligence israeliana, in collaborazione con l’unità 8200 di Tsahal, dopo mesi di preparazione, individuazione soggetti, produzione e fornitura a prezzo stracciato di intere partite di apparecchi venduti in Libano ma prodotti in altro Paese europeo, riuscì nell’impresa di decapitare l’organizzazione ed incutere terrore anche negli alleati iraniani.
Cattiveria, malignità, malvagità? No, semplice giustizia a difesa del proprio popolo.
In Italia, al limite, il telefono lo si usa per chiedere pietà. Al resto pensano le toghe rosse.
Fonti e documentazione
La ricostruzione si basa principalmente sulla documentazione declassificata statunitense, sugli archivi istituzionali italiani e sulle ricostruzioni contemporanee e successive dei protagonisti. Particolare rilievo assumono il materiale del Reagan Library, i documenti CIA resi disponibili attraverso il FOIA, la documentazione dell’Office of the Historian del Dipartimento di Stato americano, l’Archivio storico del Senato e i dossier dell’Istituto Affari Internazionali.
Il documento IAI del 1992, che raccoglie testimonianze italiane e americane a distanza di alcuni anni dagli eventi, è particolarmente utile per ricostruire le decisioni prese a Washington e il ritardo con cui Roma venne coinvolta nella scelta di Sigonella. (IAI)
La documentazione ufficiale americana del 10 ottobre 1985 conferma invece la versione pubblica di Washington sull’intercettazione del Boeing in spazio aereo internazionale e sulla sua successiva conduzione a Sigonella. (Original Sources)
La documentazione CIA declassificata permette di ricostruire la componente tecnologica dell’operazione e il ruolo delle capacità di sorveglianza elettronica americane. (CIA)
Per la fase giudiziaria, le cronache del processo di Genova e la motivazione della sentenza costituiscono il riferimento fondamentale per comprendere il successivo riconoscimento del ruolo di Abu Abbas. (Le monde.fr )
Infine, le testimonianze dei protagonisti americani, fra cui Thomas Longo, sono indispensabili ma devono essere confrontate con le fonti italiane e con la documentazione declassificata, soprattutto per quanto riguarda la telefonata Reagan-Craxi e il ruolo di Michael Ledeen. (Servizio Estero Americano)
https://www.originalsources.com/Document.aspx?
https://www.raiplaysound.it/programmi/achillelauro-lanottedisigonella?
“Sigonella, il precedente: la crisi del 1985, il no di Craxi e le tensioni tra Italia e Usa (corriere.it)
https://www.latimes.com/archives/la-xpm-1986-10-29-mn-8015-story.html?
https://www.iai.it/sites/default/files/iai8924.pdf?
https://patrimonio.archivio.senato.it/inventario/scheda/bettino-craxi/IT-AFS-020-009184/?
https://www.iai.it/sites/default/files/iai8721.pdf?
L’omissione di altre fonti e riferimenti è indotta dal segreto apposto su numerosi documenti in possesso delle Intelligence europee ed italiane consultate ma non pubblicabili.
