Israele oggi: un Paese all’avanguardia alle prese con estremismi ed emigrazione
L’analisi intende fornire un panorama sulle criticità sia nel campo economico, demografico, militare e religioso, spinta anche da narrazioni distorte e disinformazione indotta da componenti politiche, giornalistiche, analitiche a loro volta indottrinate all’odio ed alla critica ad ogni costo verso un Paese perennemente in stato di allerta e mediatamente assediato da più parti.
L’economia israeliana, una crescita rallentata dai conflitti in corso
Ad oggi, l’economia israeliana presenta un quadro apparentemente contraddittorio: crescita e mercati hanno retto meglio del previsto, ma guerra, spesa militare, debito e carenza di forza lavoro stanno modificando in profondità i conti pubblici e il potenziale di crescita.
I numeri principali
| Indicatore | Israele 2026 |
| Crescita Pil prevista – Bank of Israel | 4,0% |
| Crescita Pil prevista – FMI | 3,5% |
| Inflazione, agosto 2026 | 1,5% |
| Tasso Bank of Israel | 3,25% |
| Deficit previsto dalla Bank of Israel | 4,9% del Pil |
| Debito pubblico previsto | ~69% del Pil |
| Riserve valutarie, agosto | 241,6 mld $ |
| Disoccupazione | mercato ancora molto teso; ~3% atteso nel II semestre |
| High-tech | 58% dell’export israeliano nel 2025 |
Un Pil che cresce, ma il dato va analizzato
La Bank of Israel prevede una crescita reale del 4% nel 2026, dopo il +2,9% del 2025; per il 2027 prevede addirittura +5,5%. Il FMI è più prudente: +3,5% nel 2026 e +4,4% nel 2027. Nel secondo trimestre del 2026 il Pil è cresciuto addirittura del 15,4% su base annualizzata rispetto al trimestre precedente. Ma questo numero non significa che Israele stia crescendo del 15% nell’anno: è soprattutto il rimbalzo dopo la forte contrazione del primo trimestre causata dal confronto militare con l’Iran. Rispetto al quarto trimestre 2025, il Pil del secondo trimestre era superiore del 6,2% annualizzato; eliminando la produzione all’estero delle società israeliane, il progresso scende al 3,8%. Si rileva quindi una lenta ripresa.
L’inflazione risulta sotto controllo
Ad agosto l’inflazione annua era circa 1,5%, all’interno del target della Bank of Israel dell’1-3%. A luglio era già all’1,5%. Questo ha consentito alla banca centrale di ridurre progressivamente i tassi. Il 1° settembre 2026 il tasso ufficiale è stato portato al 3,25%. È uno degli aspetti più solidi dell’economia israeliana in questo momento: nonostante guerra e shock energetici, non si è prodotta una spirale inflazionistica.
Il problema vero sono i conti pubblici. Qui il quadro è molto meno favorevole
Prima del 7 ottobre 2023 il debito pubblico israeliano era circa il 60% del Pil. A fine 2025 era arrivato intorno al 68,5-68,6%. Per il 2026 la Bank of Israel prevede circa 69%. La causa principale è la combinazione fra spesa militare e deficit. Nel 2025 la spesa per la difesa ha raggiunto circa l’8% del Pil, contro circa il 4,5% prima della guerra. Il FMI stimava per il 2026 una riduzione verso il 6%, ma le successive operazioni militari hanno reso questo scenario più incerto. La Bank of Israel a luglio prevedeva per il 2026 un deficit del 4,9% del Pil, a condizione che la spesa per la difesa non superasse le riserve già stanziate nel bilancio. C’è un dato apparentemente migliore: a giugno-luglio il deficit cumulato degli ultimi dodici mesi era sceso al 3,4% del Pil. Ma la stessa banca centrale avverte che il dato è favorito dal basso livello della spesa civile nel primo trimestre e che quest’ultima potrebbe aumentare nella seconda parte dell’anno. Il 3,4% non è proponibile come una soluzione del problema fiscale.
Il mercato del lavoro è paradossalmente troppo “stretto”
Israele non ha un problema classico di disoccupazione elevata. Ha semmai un problema di mancanza di lavoratori. La Bank of Israel continua a definire il mercato del lavoro «tight», cioè con poca manodopera disponibile. I salari nel settore privato, escluso l’high-tech, sono cresciuti del 5,4% tra marzo e maggio rispetto all’anno precedente. Pesano, in particolare, i richiami dei riservisti, la riduzione dei lavoratori palestinesi, la carenza di lavoratori stranieri, l’emigrazione netta negativa e la crescita delle componenti della popolazione con minore partecipazione al mercato del lavoro. È esattamente qui che le criticità inerenti gli Haredim, la demografia e servizio militare diventano economiche. Il FMI individua, infatti, nella limitata offerta di lavoro uno dei maggiori vincoli alla crescita di medio periodo e chiede di aumentare partecipazione al lavoro e produttività.
L’High-tech risulta fortissimo, ma pesato da un campanello d’allarme pur rimanendo il vero motore dell’economia.
Nel 2025:
- 85 miliardi di dollari di esportazioni;
- 58% di tutto l’export israeliano;
- circa 400.000 occupati;
- 11,4% dell’occupazione;
- quasi 15 miliardi di dollari raccolti dalle aziende;
- output del settore +8,2%.
Nel primo trimestre 2026 sono stati raccolti altri 3,36 miliardi di dollari. Ma c’è un fenomeno che merita molta attenzione: una quota crescente dell’attività delle aziende israeliane viene spostata all’estero. A marzo 2026 soltanto il 62% dei dipendenti delle società high-tech private israeliane lavorava in Israele, contro il 69% nel 2019. L’Innovation Authority registra anche il primo calo in oltre dieci anni degli occupati israeliani in R&S e un aumento delle attività di ricerca, management e sviluppo negli Stati Uniti e nell’Europa orientale.
Shekel e mercati stabili
Nel secondo trimestre lo shekel si è apprezzato di circa 5,9% contro il dollaro e del 6,6% contro l’euro. A settembre la Bank of Israel rilevava inoltre che il premio per il rischio sovrano era tornato vicino ai livelli precedenti al 7 ottobre 2023. E Israele dispone di un cuscinetto finanziario enorme: a fine agosto le riserve valutarie della banca centrale erano 241,6 miliardi di dollari, equivalenti al 34,9% del Pil. Questo spiega in parte perché l’economia sia riuscita ad assorbire shock che avrebbero prodotto una crisi valutaria molto più seria in economie finanziariamente più fragili.
Case: prezzi in calo, affitti ancora sotto pressione
Il mercato immobiliare si è raffreddato. A maggio-giugno i prezzi delle abitazioni risultavano diminuiti del 1,5% rispetto all’anno precedente, mentre lo stock di case invendute rimane elevato. Gli affitti invece continuano a crescere: a luglio i rinnovi contrattuali aumentavano mediamente del 2,6%, mentre i nuovi contratti con cambio di inquilino segnavano aumenti maggiori.
Il punto decisivo
Assemblando i dati che andremo a proporre ossia, economia, demografia, Haredim, Forze Armate, emigrazione, emerge una questione strutturale molto più importante del dato sul Pil 2026. Israele oggi riesce ancora a crescere grazie soprattutto all’high-tech, l’elevatissima produttività di alcuni settori, l’esportazioni di servizi, la forte capacità finanziaria e la popolazione giovane. Ma nello stesso momento aumentano la spesa militare, il debito, i periodi di riserva militare, la carenza di lavoratori e l’emigrazione qualificata, mentre cresce rapidamente la componente Haredi della popolazione, caratterizzata storicamente, soprattutto tra gli uomini, da una partecipazione al lavoro e al servizio militare inferiore alla media. È per questo che FMI e Bank of Israel insistono così tanto sul tasso di partecipazione al lavoro: nel lungo periodo, il problema israeliano potrebbe essere meno «quanti abitanti avrà Israele» e molto più quale quota della popolazione lavorerà nei settori ad alta produttività, pagherà imposte e sosterrà finanziariamente difesa e welfare.
La demografia
I dati più comparabili disponibili, elaborati dal Taub Center su dati dell’Israel Social Survey/CBS per il 2020-2022, sono:
Israele, il tasso di fecondità per livello di religiosità
| Gruppo religioso | Figli medi per donna |
| Laiche / non religiose | 1,98 |
| Tradizionali non religiose | 2,22 |
| Tradizionali-religiose | 2,80 |
| Religiose (Dati) | 3,77 |
| Ultraortodosse (Haredi) | 6,38 |
Un’altra elaborazione del Jewish People Policy Institute, riferita sostanzialmente allo stesso periodo, restituisce valori quasi identici: 2,0 per le laiche, 2,34 per le tradizionali poco religiose, 2,82 per le tradizionali-religiose, 3,88 per le religiose e 6,45 per le Haredi. (Istituto Politiche Popolo Ebraico) C’è però un dato più recente, pubblicato nel 2025, che segnala una riduzione della fecondità soprattutto nelle generazioni più giovani. Il Taub Center stima, sulla base dei comportamenti delle donne oggi ventenni, che la fecondità completata possa scendere entro la fine degli anni Trenta a circa 1,7 figli per le laiche e tradizionali non religiose, 2,3 per le religiose/tradizionali-religiose e 4,3 per le Haredi. Sono però proiezioni, non il tasso attuale. ([מרכז טאוב]) Il dato interessante, dunque, è enorme: una donna ultraortodossa ha oggi una fecondità più di tre volte superiore a quella di una donna ebrea laica israeliana. Assemblando composizione religiosa, età e fecondità, il quadro demografico israeliano diventa molto più chiaro. Bisogna però distinguere bene tra popolazione ebraica adulta e intera popolazione israeliana, poiché, in alternativa, i numeri sembrerebbero contraddirsi.
Come si divide la popolazione ebraica oggi
L’ultimo quadro ufficiale della Central Bureau of Statistics israeliana, pubblicato nel 2025 e riferito agli ebrei di almeno 20 anni, è questo:
| Identità religiosa | % degli ebrei ≥20 anni |
| Laici – Hiloni | 42,7% |
| Tradizionali poco religiosi | 21,5% |
| Tradizionali-religiosi | 12,0% |
| Religiosi – Dati | 12,0% |
| Ultraortodossi – Haredi | 11,4% |
Se vogliamo ricondurli alle quattro categorie che stiamo usando, il quadro diventa:
- Laici: 42,7%
- Moderati/tradizionali: 33,5%
- Religiosi/Dati: 12%
- Ultraortodossi/Haredi: 11,4%
Si presti però attenzione perché questi dati riguardano gli adulti ebrei. Gli Haredi sono una popolazione enormemente più giovane, quindi il loro peso sull’intera popolazione è già superiore. Nel 2025 gli ultraortodossi erano circa 1,45 milioni, il 14,3% di tutta la popolazione israeliana. Il loro tasso di crescita naturale è intorno al 4,2% annuo, contro circa l’1,4% della popolazione ebraica complessiva. Qui entra in gioco la fertilità
Utilizzando le categorie dettagliate trattate in precedenza:
| Gruppo | Figli medi per donna |
| Laiche | ~2,0 |
| Tradizionali poco religiose | ~2,2 |
| Tradizionali-religiose | ~2,8 |
| Religiose/Dati | ~3,8 |
| Ultraortodosse/Haredi | ~6,4–6,5 |
Il rapporto è quindi impressionante: una donna Haredi ha oggi oltre tre volte la fecondità di una donna laica. I dati più aggiornati dell’Israel Democracy Institute, basati sul CBS per il 2021-2023, collocano gli Haredi a circa 6,5 figli per donna, contro 2,2 fra le altre donne ebree. Ma c’è un elemento importante: la fecondità Haredi sta scendendo. Era circa 7,5 figli nel 2003-2005 ed è arrivata a circa 6,5 nel 2021-2023. Il vero indicatore, però, sono i giovani. E qui si denota già il cambiamento demografico. Fra gli ebrei israeliani 20-24enni, la quota laica scende a circa 38%, mentre gli Haredi salgono a circa 18%.
Totale adulti
- laici: 42,7%
- Haredi: 11,4%
20-24 anni
- laici: ~38%
- Haredi: ~18%
Quindi il cambiamento non è soltanto una proiezione matematica: è già visibile nella struttura per età della popolazione. E tra vent’anni?
Le proiezioni ufficiali CBS utilizzate dall’Israel Democracy Institute indicano:
| Anno | Haredi sul totale della popolazione israeliana |
| 2025 | 14,3% |
| 2030 | ~16% |
| 2040 | ~20% |
| 2050 | ~24,4% |
| 2065 | ~32% |
Nel 2065, secondo lo scenario CBS, gli Haredi arriverebbero a circa il 40% della popolazione ebraica. Quindi, nello scenario ufficiale di lungo periodo, quasi un ebreo israeliano su due e mezzo sarebbe Haredi. C’è però una cautela importante. Le proiezioni CBS di lungo periodo sono state costruite prima che diventasse pienamente visibile l’attuale calo della fecondità. Uno studio dell’Israel Democracy Institute pubblicato nel 2026, usando dati amministrativi più recenti, produce infatti una stima inferiore: circa il 22% della popolazione israeliana nel 2050, anziché il 24,4% previsto dallo scenario CBS. E la tendenza potrebbe rallentare ancora.
Il Taub Center nel suo rapporto demografico 2025 osserva una diminuzione della fecondità anche all’interno delle diverse componenti ebraiche. Se i comportamenti delle donne più giovani continueranno, per le generazioni che completeranno la loro vita fertile alla fine degli anni Trenta si arriverebbe approssimativamente a:
- laiche + tradizionali non religiose: ~1,7 figli
- religiose + tradizionali-religiose: ~2,3
- Haredi: ~4,3
Anche con 4,3 contro 1,7, però, il differenziale rimarrebbe enorme.
La direzione demografica è, quindi, piuttosto netta: la componente Haredi aumenterà sensibilmente il proprio peso, mentre la quota relativa della componente laica tenderà a diminuire se le differenze di fertilità e permanenza nei rispettivi gruppi resteranno simili. Non possiamo invece prendere il 42,7% dei laici di oggi e calcolare semplicemente quale sarà la loro percentuale nel 2040 moltiplicando per la fertilità. Sarebbe metodologicamente sbagliato: entrano in gioco migrazioni, passaggi da un’identità religiosa all’altra, abbandono della comunità Haredi, mortalità e struttura per età.
La cosa forse più significativa, però, è questa: oggi gli Haredi sono circa l’11% degli ebrei adulti, ma circa il 18% dei ventenni e oltre un quarto degli studenti del sistema scolastico ebraico è già nell’istruzione Haredi. Nel 2023-24 gli studenti Haredi erano infatti il 26% degli studenti dei sistemi scolastici ebraici. È questo il dato che anticipa maggiormente l’Israele di domani: la composizione delle generazioni che stanno entrando nell’età adulta è già molto diversa da quella delle generazioni precedenti.
Israele domani
La trattazione della questione demografica non può prescindere da considerazioni che portano il tutto verso uno snaturamento della politica interna ed estera dello Stato ebraico. Nella 25ª Knesset, ancora in carica, i partiti ebraici riconducibili all’area religiosa, ortodossa e ultraortodossa occupano complessivamente 32 seggi su 120, cioè il 26,7% del Parlamento. La distinzione interna, però, è importante. La Knesset conferma oggi 11 deputati Shas, 7 United Torah Judaism, 7 Religious Zionism, 6 Otzma Yehudit e 1 Noam. Gli ultraortodossi: 18 seggi, il 15% della Knesset
Shas – 11 seggi, 9,17% della Knesset. È il grande partito Haredi sefardita e mizrahi, fondato politicamente e religiosamente intorno all’eredità del rabbino Ovadia Yosef e guidato politicamente da Aryeh Deri. Va fatta però una precisazione importante: Shas è un partito ultraortodosso, ma il suo elettorato non coincide interamente con gli Haredi; raccoglie anche voti tra ebrei sefarditi tradizionali e religiosi non strettamente ultraortodossi. La Knesset registra attualmente 11 suoi parlamentari.
United Torah Judaism – 7 seggi, 5,83%. È invece il riferimento dell’ultraortodossia ashkenazita ed è a sua volta una federazione di due componenti: Agudat Yisrael, legata soprattutto al mondo chassidico, e Degel HaTorah, espressione dell’area haredi lituana. Attualmente dispone di 7 deputati.
Quindi, Haredi complessivi: 18 deputati su 120 ovvero il 15% della Knesset.
Ed è interessante confrontarlo con il dato demografico precedente: gli Haredi rappresentano oggi circa il 14% dell’intera popolazione israeliana, mentre attraverso Shas e UTJ controllano il 15% dei seggi parlamentari.
Il sionismo religioso: 14 seggi, l’11,7%. Qui il panorama è diverso. Non parliamo di Haredim ma prevalentemente del mondo Dati Leumi, cioè dell’ebraismo ortodosso nazional-religioso, con al suo interno anche la componente più rigorosa Hardal. Alle elezioni del 1° novembre 2022, Religious Zionism, Otzma Yehudit e Noam si presentarono insieme e ottennero 516.470 voti, il 10,84%, e 14 seggi. Subito dopo le elezioni il gruppo parlamentare venne diviso in tre: 7 deputati a Religious Zionism, 6 a Otzma Yehudit e 1 a Noam. È ancora questa la suddivisione formale registrata dalla Knesset.
Religious Zionism di Bezalel Smotrich, 7 seggi, 5,83%. È il partito più direttamente rappresentativo del sionismo religioso ortodosso e ha una forte presenza nell’elettorato religioso delle comunità della Cisgiordania.
Otzma Yehudit di Itamar Ben Gvir, 6 seggi, 5%. È più corretto definirlo un partito nazionalista di destra con forti radici nel sionismo religioso, piuttosto che semplicemente un “partito ortodosso”. La sua identità politica, infatti, non è costruita esclusivamente sull’osservanza religiosa e il suo elettorato comprende anche settori non ortodossi. La Knesset registra oggi sei suoi deputati.
Noam, 1 seggio, 0,83%. È invece esplicitamente un partito religioso-sionista ortodosso, guidato da Avi Maoz.
Il quadro complessivo
Se usiamo una classificazione larga dei partiti ebraici religiosi: 18 Haredi + 14 sionisti religiosi/nazional-religiosi = 32 seggi su 120. Quindi, oltre un quarto della Knesset, il 26,7%, appartiene oggi a formazioni la cui identità politica è direttamente legata, in forme diverse, alla religione ebraica ortodossa. C’è però un punto metodologico importante: non significa che solo il 26,7% dei parlamentari israeliani sia personalmente religioso. Likud e altre formazioni hanno al loro interno deputati osservanti o religiosi, ma non sono partiti religiosi in senso politico. E c’è un altro elemento interessante per il ragionamento demografico proposto: nel 2022 le tre liste elettorali interessate, Shas 8,25%, UTJ 5,88%, lista Religious Zionism/Otzma/Noam 10,84%, raccolsero insieme circa il 25% dei voti validi, ottenendo il 26,7% dei seggi.
A quanto consta, considerando i dati, nella società israeliana vi sono chiari sintomi di distacco tra la componente essenzialmente laica e quella religiosa, sia essa ortodossa o ultraortodossa. Nella vita quotidiana sono sempre più le giovani generazioni a sostenere un atteggiamento più aperto, sostanzialmente “specchio” delle società europee ed occidentali, nelle quali, nonostante i calendari che a tutt’oggi riportano le festività religiose “obbligatorie”, la quotidianità non viene snaturata nella sua essenza. Uffici pubblici chiusi ma negozi aperti, servizi pubblici attivi, libera circolazione ed attività private al lavoro.
Questa spaccatura si rileva soprattutto nella differenza abissale tra Tel Aviv e Gerusalemme.
Per i trasporti pubblici ordinari, durante Shabbat e nelle principali festività ebraiche, Rosh Hashanah, Yom Kippur, primo e ultimo giorno di Sukkot, primo e settimo giorno di Pesach, Shavuot, autobus e altri servizi nazionali ordinari in genere si fermano, come avviene durante lo Shabbat. Tel Aviv, però, ha una particolarità importante: il Comune finanzia “Na’im Busofash”, un sistema gratuito di navette che funziona proprio nei fine settimana e nelle festività quando il trasporto pubblico ordinario non è operativo. Attualmente comprende 17 linee e oltre 650 fermate nell’area metropolitana e collega Tel Aviv con diversi comuni vicini. Per i treni la situazione varia a seconda della festa: normalmente non circolano durante il periodo festivo vero e proprio, mentre possono esserci orari speciali alla vigilia, alla fine della festa e nei giorni intermedi. Per esempio, per Sukkot 2026, che inizia il 25 settembre, Israel Railways ha predisposto servizi rinforzati alla vigilia e alla ripresa del servizio, oltre a collegamenti speciali durante Chol HaMoed. Anche gli uffici comunali possono chiudere. Proprio per Sukkot 2026 il Comune di Tel Aviv ha annunciato che dal 25 settembre al 3 ottobre non saranno attivi ricevimento del pubblico, assistenza telefonica ordinaria e risposte alle richieste online. Restano però operativi il numero municipale 106+, i servizi di nettezza urbana e alcuni servizi sanitari di turno. E Tel Aviv resta comunque molto più attiva di altre città israeliane durante Shabbat e festività. Molti bar, ristoranti e caffè rimangono aperti, così come diversi minimarket. Musei e istituzioni culturali hanno invece aperture variabili. Diversa la situazione a Gerusalemme dove la percentuale di “chiusura” delle attività rasenta il 90%, pur tenendo conto che la presenza di minoranze religiose di cristiani, musulmani e laici, rimangono in piena attività sostituendosi in toto al fermo delle attività pubbliche. Il settore privato, aperto in autonomia durante le festività, viene apertamente contestato dagli ebrei ortodossi che sostengono una chiusura obbligatoria ben poco in linea con i dettami democratici del Paese.
Il settore difesa di fronte alle carenze organiche
Un altro punto rilevante connesso con la crescita demografica è il problema numericamente rilevante per l’IDF, che non è l’obiezione di coscienza individuale, ma la mancata coscrizione di una parte molto ampia degli uomini ultraortodossi (Haredi). A maggio 2026 l’IDF ha dichiarato alla Commissione Esteri e Difesa della Knesset di avere un deficit di circa 12.000 militari, dei quali 6.000-7.500 combattenti. E ha avvertito che, con il congedo dal gennaio 2027 dei primi soldati sottoposti al servizio ridotto a 30 mesi, il deficit potrebbe salire a circa 17.000 unità. Questo consente di capire la dimensione del problema Haredi. Ogni anno entrano nell’età di leva circa 14.000 uomini ultraortodossi. L’Israel Democracy Institute stima inoltre che il bacino complessivo degli Haredi soggetti oggi all’obbligo sia nell’ordine delle 100.000 persone; tra gli altri uomini ebrei il tasso di arruolamento è invece intorno all’88%.
| Dato | Dimensione |
| Carenza attuale dichiarata dall’IDF | ~12.000 soldati |
| di cui combattenti | 6.000-7.500 |
| Carenza prevista da gennaio 2027 | ~17.000 |
| Nuovi uomini Haredi per classe annuale | ~14.000 |
| Arruolamenti Haredi 2024-25 | ~2.940 |
| Obiettivo IDF per quell’anno | 4.800 |
Nel ciclo di leva luglio 2024-giugno 2025 l’IDF ha riferito di circa 2.940 Haredi arruolati, contro un obiettivo di 4.800. Prima della guerra la media era attorno a 1.700 l’anno. Quindi, in termini puramente numerici, una partecipazione molto più ampia degli uomini Haredi alla leva avrebbe dimensioni comparabili alla carenza complessiva indicata dall’esercito. Questo però non significa che 12.000 Haredi in più risolverebbero automaticamente il deficit di 12.000 militari: l’IDF necessita soprattutto di combattenti e personale di supporto al combattimento, e non tutti i coscritti sono idonei o destinabili a quei ruoli. Ed è proprio questa una delle osservazioni fatte dalla Bank of Israel nel dicembre 2025: aumentare di circa 7.500 l’anno gli arruolamenti maschili Haredi porterebbe, una volta entrato a regime il sistema, a circa 20.000 militari di leva aggiuntivi contemporaneamente in servizio, permettendo una forte riduzione del ricorso ai riservisti. La Banca centrale ha stimato un risparmio economico di almeno 9 miliardi di shekel l’anno, circa lo 0,4% del Pil.
L’effetto sui riservisti
Durante il 2025 i riservisti israeliani hanno svolto in media circa 110 giorni di servizio. Inoltre, l’IDF riferisce che nel solo 2025 sono stati richiamati in servizio circa 54.000 riservisti che erano già in stato di esenzione. Non sarebbe corretto attribuire tutto questo esclusivamente alla mancata coscrizione Haredi: pesa soprattutto la guerra su più fronti e l’aumento delle esigenze operative. Ma l’IDF stesso considera l’ampliamento del bacino di reclutamento ultraortodosso una componente significativa della risposta alla carenza di personale. Nel maggio 2026 il generale Shai Tayeb ha precisato davanti alla Knesset che la necessità operativa esiste «indipendentemente da un settore o dall’altro», ma che la popolazione Haredi, dato il suo basso tasso di partecipazione, rappresenta una parte importante del problema di reclutamento.
Il termine “obiettori”
Qui occorre fare una distinzione importante. Gli obiettori di coscienza veri e propri, giovani che rifiutano personalmente il servizio per ragioni pacifiste, politiche o morali, non costituiscono numericamente il problema strutturale dell’IDF. Non esiste peraltro una serie ufficiale recente sufficientemente solida che permetta di attribuire loro migliaia di mancate reclute. Diverso è il caso Haredi. Non si tratta tecnicamente di “obiezione di coscienza” individuale: è una controversia collettiva sulla coscrizione, legata allo studio della Torah e al modello di vita ultraortodosso. Dal 25 giugno 2024, inoltre, la Corte Suprema israeliana ha stabilito all’unanimità che, in assenza di una legge che disponga diversamente, non esiste una base giuridica per esentare in blocco gli studenti Haredi delle yeshivot dalla leva e che lo Stato deve applicare loro la legge sulla coscrizione. Il problema da allora è diventato soprattutto l’attuazione. Nel ciclo 2024-25 furono inviati circa 24.000 ordini iniziali a uomini Haredi. Secondo i dati presentati dallo Stato, solo 2.738 si presentarono inizialmente ai centri di reclutamento, 1.508 proseguirono l’iter e 798 furono effettivamente arruolati attraverso quella specifica procedura. I numeri differiscono dal totale annuo di 2.940 perché le statistiche utilizzano coorti e definizioni diverse di “recluta Haredi”. Quindi, la mancata partecipazione Haredi alla leva è ormai abbastanza grande da avere un peso concreto sulla struttura dell’IDF, soprattutto perché l’esercito dichiara di mancare di 12.000 uomini mentre ogni anno circa 14.000 giovani Haredi entrano nell’età di leva. E questo si lega direttamente al discorso proposto sulla demografia: più cresce la quota Haredi della popolazione giovanile, più un modello nel quale la grande maggioranza non presta servizio diventa rilevante per la capacità dell’IDF di mantenere l’attuale sistema di esercito di leva + riserva. La questione, quindi, non è solo religiosa o politica: ha ormai una dimensione demografica e militare misurabile.
L’emigrazione da Israele, una realtà ormai consolidata
Dal 2022 Israele ha registrato un forte aumento dell’emigrazione e un contemporaneo calo dell’aliyah (il rientro in Israele dei componenti delle varie diaspore), con un saldo migratorio diventato negativo. Bisogna però separare tre fenomeni: nuovi immigrati (olim), israeliani che emigrano e israeliani che rientrano.
Secondo il Central Bureau of Statistics israeliano (CBS):
| 2023 | 2024 | |
| Nuovi immigrati in Israele (olim) | 46.000 | 31.100 |
| Israeliani emigrati | 55.300 | 82.800 |
| Israeliani rientrati | 27.800 | 24.200 |
| Saldo emigrati/rientrati israeliani | -27.500 | -58.600 |
Quindi, prendendo questa serie ufficiale, nel 2024 per ogni israeliano rientrato ne sono emigrati circa 3,4. E mentre uscivano 82.800 israeliani, entravano come nuovi immigrati circa 31.100 persone. L’aliyah non è quindi stata sufficiente a compensare l’emigrazione dei residenti.
Il saldo migratorio complessivo
Se non consideriamo soltanto gli israeliani, ma tutto il movimento migratorio internazionale — quindi aliyah, ricongiungimenti e altre categorie — il saldo del 2024 è stato comunque negativo: circa -18.200 persone. I dati mensili ufficiali CBS portano a un saldo annuale di circa -18,2 mila. Nel periodo di circa dodici mesi terminato nel settembre 2025, il deterioramento è proseguito: il CBS stimava un saldo migratorio internazionale di circa -28.000 persone. In quel periodo erano arrivati circa 25.000 nuovi immigrati e circa 5.000 persone attraverso ricongiungimenti familiari, mentre circa 79.000 israeliani erano stati classificati come emigrati e circa 21.000 erano rientrati.
L’aliyah continua a diminuire
Il Ministero dell’Aliyah registra per il 2025 22.423 nuovi immigrati, contro circa 32.000 nel 2024 e circa 46-47.000 nel 2023.
In altre parole:
2023 → ~46-47 mila olim
2024 → ~31-32 mila
2025 → 22.423
È quindi una riduzione di oltre il 50% rispetto al 2023.
Ci sono però forti differenze geografiche. Nell’anno ebraico compreso tra il 23 settembre 2025 e il 3 settembre 2026, sono arrivati più di 20.000 olim. I principali Paesi di provenienza sono stati:
| Provenienza | Olim |
| Russia | 5.685 |
| Francia | 4.364 |
| Stati Uniti | 3.333 |
| Regno Unito | 975 |
| Ucraina | 797 |
| Bielorussia | 491 |
| Canada | 440 |
È interessante la crescita relativa di Francia, Stati Uniti e Regno Unito, mentre si è ridotta fortemente l’immigrazione dall’ex spazio sovietico.
E chi lascia Israele?
Questo è probabilmente il dato più interessante rispetto al discorso demografico che stavamo facendo. Uno studio del Centro ricerca e informazione della Knesset, presentato il 16 giugno 2026, rileva che tra 2022 e 2024 il saldo degli israeliani che emigrano rispetto a quelli che rientrano è stato negativo per circa 140.000 persone. Inoltre gli emigrati hanno mediamente un livello d’istruzione superiore alla popolazione generale e sono sovrarappresentati nelle fasce giovani dell’età lavorativa.
Per il 2024, usando l’anno dell’effettiva partenza anziché l’anno in cui il CBS certifica statisticamente lo status di emigrato, lo stesso rapporto indica:
- 69.500 israeliani emigrati
- 18.800 rientrati
- saldo: circa -50.700
Il CBS può stabilire che una persona è emigrata soltanto dopo aver osservato il suo comportamento per un anno: deve aver trascorso all’estero almeno 9 mesi cumulativi nei 12 mesi successivi alla partenza, con i primi tre mesi consecutivi.
Per questo esistono due modi di presentare i dati:
- anno di determinazione statistica: 2024 → 82.774 emigrati;
- anno della partenza effettiva, nella ricostruzione presentata alla Knesset nel 2026: 2024 → circa 69.500.
Il CBS stesso specifica che l’anno riportato nelle sue tabelle mensili può essere quello in cui la condizione di emigrato viene accertata, un anno dopo l’uscita iniziale.
In definitiva, circa 69.500 israeliani hanno lasciato il Paese nel 2024 e 18.800 sono rientrati, per un saldo negativo di circa 50.700 persone. (Le tabelle CBS per anno di determinazione riportano 82.774 casi).
E c’è un dato che lega direttamente questa ricerca a quella sulla fertilità: la crescita naturale israeliana resta molto alta, ma il saldo migratorio negativo sta sottraendo soprattutto popolazione giovane e in età lavorativa, mentre la crescita demografica è sempre più concentrata nei settori a maggiore fertilità. È qui che immigrazione, emigrazione e differenze di fecondità cominciano a incidere insieme sulla futura composizione della società israeliana.
La peculiarità connessa all’Aliya
Senza voler stigmatizzare l’operato delle Autorità religiose e statali, abbiamo osservato come per un semplice cittadino europeo (o di qualsiasi altra provenienza), seppur discendente da famiglie di religione o DNA ebraici, risulti arduo presentare tutta la documentazione idonea ad ottenere il beneficio richiesto. Soprattutto in Europa, nel periodo 1938 – 1946, numerose famiglie hanno dovuto ricorrere a vari sotterfugi per occultare la propria identità e sfuggire a persecuzioni o deportazioni. Tali espedienti, consistenti per lo più in variazioni anagrafiche o emigrazioni verso zone dove l’applicazione delle leggi razziali era assai più contenuta, hanno comportato la distruzione dei documenti originali, ove venivano riportati i nomi e cognomi originali e la religione professata, e, ad oggi, risulta improbabile rintracciare gli originali da presentare alle autorità preposte al riconoscimento dell’ebraicità. Per i molti che intendono ritornare nel Paese natìo dei propri avi, la missione diventa così pressoché impossibile, rinunciandovi a fronte di richieste di “conversione all’ebraismo” che comportano anni di studi, esami e pratiche religiose che non tengono minimamente conto del DNA ebraico già proprio di ogni singolo. La questione non è di poco conto, anche considerando che l’ebreo è tale non solo per la professione di fede, ma, soprattutto, per le origini della famiglia, le traversie occorse, le frequenti migrazioni, gli stenti sopportati da alcuni, il senso di persecuzione che comportano un atteggiamento di arrendevolezza a fronte di un “muro” posto proprio da altri ebrei. Non sono poche le famiglie che, sfuggite alle persecuzioni susseguitesi nella storia, hanno preferito occultare la propria ebraicità a tutela dei figli, proseguendo nella menzogna tramandata per intere generazioni a tal punto che in centinaia di casi ogni traccia delle reali origini è risultata irreperibile, anche dalla mera narrazione orale. E non sono poco coloro i quali intenderebbero realmente ritornare in un Paese che ritengono proprio sanando il saldo negativo emigrazione-immigrazione di cui abbiamo trattato in precedenza.
Proprio a fronte dell’inerzia delle Autorità di fronte alla mole di richieste, viene spontaneo chiedersi se e per quanto Israele intenda rinunciare al contributo dei propri Figli dimenticati a scapito di un netto calo della popolazione residente, delle riserve di combattenti e della forza lavoro che potrebbe cominciare a calare progressivamente ed in maniera irreparabile.
